Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi, antonio anastasia

C’era una volta il Cubismo. Quello analitico, pionieristico, breve e intensissimo, con i dioscuri Picasso e Braque a indicare la strada, elaborando un nuovo linguaggio, votato a cogliere la dimensione mentale delle cose, che sviluppa al meglio le intuizioni di Cézanne; quello sintetico, successivo al 1912, con i maestri primari che vengono affiancati da tutta una serie di diversi proseliti, impegnati a diffondere il verbo e a codificarlo in linguaggio di più larga condivisione, in un modo non troppo dissimile a quanto fece la manfrediana methodus con Caravaggio.

In Italia, il rapporto col Cubismo fu particolare. Condizionato inizialmente dal Futurismo, che sarebbe dovuto esserne fratello di latte, ma che, vittima del suo nazionalismo, finì per considerarlo rivale nella primogenitura dell’Avanguardia, nel nome del solito primato italiano. Poi ci fu l’ostracismo della figurazione recuperata (Valori Plastici e Novecento innanzitutto), che da una parte non fu affatto estranea al senso “squadrato” della forma introdotto dal Cubismo, dall’altra lo rinnegò apertamente, tacciandolo di degenerazione intellettualistica che oltraggiava la sacra lezione ereditata dal Rinascimento, italiano, naturalmente. Sicché, chi in Italia voleva occuparsi di Cubismo e dei suoi sviluppi doveva farlo in maniera appartata, fuori dalla linea maestra, come i razionalisti del Milione, ad esempio, oppure rimanendo sotto l’egida patriottica del Futurismo, come fanno Depero e Prampolini. Se questa era la situazione, non sorprende che nel primissimo Dopoguerra, spazzate le complicità col fascismo, la riscoperta del Cubismo diviene la tappa obbligata di buona parte del processo di ammodernamento e internazionalizzazione dell’arte italiana, coinvolgendo tanto il versante astrattista quanto il figurativo. Ma dagli anni Cinquanta avanzati in poi, il Cubismo torna a destare poco interesse, travolto dall’orgia informale, e sono in molti a considerarlo consegnato alla storia, ormai definitivamente.
Non per tutti, però. Fuori dalle cerchie più à la page, specialmente fra gli autodidatti, gli studenti d’arte e quanti sono all’inizio della loro formazione artistica, il Cubismo continua a essere un riferimento importante, come il primo linguaggio capace di tenere realmente il passo di una contemporaneità considerata in eterno presente, che va dunque appreso e applicato.

È questo l’approccio didattico con cui anche il salentino Antonio Anastasia ha reso omaggio al Cubismo, in un modo dunque rispettoso, ma tutt’altro che obbligato e reverenziale, interpretandolo non come meta finale, ma come tappa intermedia, per quanto importante, nel percorso alla ricerca della propria cifra espressiva. Un percorso che significativamente, a sottolineare quanto appena detto, ha contemplato anche altre retrospezioni stilistiche, altre immedesimazioni nei linguaggi storici della modernità, come, ad esempio, l’Astrattismo, l’Informale, con esiti non meno rilevanti di quelli conseguiti con il Cubismo. Non si tratta di “culturalismo” a buon mercato, del farsi bello di una citazione per giustificare la dignità di una proposta artistica altrimenti poco consistente, tanto per capirci, come in Italia, paese tendenzialmente ignorante, capita fin troppo spesso.

A riprova di ciò, il fatto che Anastasia ha nel frattempo continuato a praticare una figurazione di soggetto naturalistico che, seppure più prevedibile e convenzionale, ha comunque fornito all’artista la possibilità di esprimersi con un sermo cotidianus che rimane ancora di maggiore comprensione popolare, apparentemente incurante delle successive mediazioni intellettuali che il Cubismo ha imposto da sé stesso in poi. Anastasia, dunque, non vuole affatto mascherarsi in quello che non è, vuole solo capire per poter fare proprio, assimilando solo dopo aver adattato al proprio senso critico, al proprio modo di avvertire l’arte e il mondo. Nelle sue opere “retrocubiste”, per esempio, ho notato la lucidità con cui riconosce a Gino Severini, il più francese dei nostri avanguardisti storici, prima futurista militante, poi antesignano figurativo del rappel à l’ordre, di essere il più logico anello di congiunzione, non solo formale, fra le griglie sintetiche di Gleizes e Delaunay e un Futurismo alla Depero inteso come suprema decorazione universale. Un’interpretazione per niente scontata, anzi acuta e raffinata, che non può non suscitare rispetto per chi l’ha elaborata, dimostrandola con l’evidenza di un’invenzione artistica del tutto convincente in questo senso.

Vittorio Sgarbi